Mese: dicembre 2013

 

Piaghe da decubito. Risarcimento malasanità

risarcimento-piaghe-da-decupitoUn problema che purtroppo troppo spesso si riscontra a danno dei pazienti costretti a letto è quello delle piaghe da decubito. La causa è quasi sempre la scarsa assistenza da parte del personale facente capo alla struttura sanitaria in cui il paziente si trova ricoverato.

Le lesioni, più o meno gravi, che si riscontrano in questi casi possono degenerare e dare luogo ad infezioni con conseguenze anche gravi, talvolta addirittura letali.

Si tratta infatti di lesioni dovute alla pressione prolungata che provoca una strozzatura dei vasi sanguigni e che possono evolvere verso una necrosi sia a livello di epidermide, di derma e degli strati sottocutanei.

In considerazione del fatto che con un’adeguata assistenza e con l’utilizzo di ausili anti-decubito come materassi, cuscini, ecc., è possibile evitare questo problema, appare abbastanza evidente che le piaghe da decubito siano la conseguenza della negligenza del personale sanitario che doveva occuparsi di quel determinato paziente. Infatti la giusta strategia per prevenire questo danno spesso non viene messa in atto come dovrebbe fin dalle prime ore di ricovero e come prescrive il protocollo.

E’ quindi possibile da parte del paziente stesso o dei suoi famigliari richiedere un risarcimento del danno subito. L’indennizzo richiesto dovrà tenere in considerazione, oltre al danno stesso, anche tutti i costi che dovranno essere sostenuti per la successiva cura del paziente. La richiesta dell’indennizzo si basa sul principio della responsabilità sanitaria, secondo il quale ogni volta che un paziente mette piede in una struttura sanitaria quest’ultima si impegna a fornire le adeguate cure al paziente a fronte di un corrispettivo, che sia questo pagato dal servizio sanitario nazionale o meno.

Quindi la struttura stessa sarà chiamata a rispondere dell’operato del personale medico, paramedico e di tutte le figure professionali alle sue dipendenze. La salute della persona è un diritto fondamentale che deve sempre essere tutelato.

Per questo motivo, avvalendosi di avvocati specializzati nei risarcimenti di questo tipo, dopo un’attenta analisi, mirata all’individuazione dei possibili elementi di colpa, si potrà eventualmente richiedere il risarcimento dei danni subiti.

Numerosi casi di malasanità purtroppo sono stati riscontrati anche in tempi piuttosto recenti ed in aziende ospedaliere molto note. Ne è un triste esempio il caso riportato tempo fa dal Corriere della sera riguardante un’ anziana signora ricoverata al San Giovanni di Roma per la frattura di un femore e morta sei mesi dopo per le piaghe da decubito. La denuncia dei famigliari ha condotto ad una vicenda giudiziaria che ha avuto un esito di condanna al risarcimento dei danni sia per l’ospedale che per il primario del reparto nel quale la donna era ricoverata.

Articolo pubblicato da Giovanni Zappalà

Redazione risarcimenti-online.it

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Bambina nasce invalida, dall’ospedale di Bergamo risarcimento di due milioni

ogginotizie.itFonte: ogginotizie.it

Di: ogginotizie.it

16 dicembre 2013

 

L’Ospedale di Bergamo dovrà versare un risarcimento di due milioni di euro alla famiglia di una bambina nata invalida in seguito ad alcune complicanze sorte nel corso del parto

Bambina nasce invalida, dall'ospedale di Bergamo risarcimento di due milioni
Bergamo – Non è mai semplice riuscire ad accettare un problema generato dalla malasanità, anche se quando questo capita ai danni di un figlio non diminuisce certamente l’affetto che i genitori provano per lui. Nel caso della famiglia di Samantha Zekaj, bambina albanese di Dalmine nata il 30 gennaio del 2010 agli Ospedali Riuniti di Bergamo con un’invalidita’ del 95% il problema verrà però compensato almeno in parte con un risarcimento pari a ben due milioni di euro che verrà versato dall’ospedale bergamasco.
Il problema riscontrato dalla bambina era comunque particolarmente grave visto che era nata asfittica e senza parametri vitali attivi, ma grazie a un lungo lavoro di riabilitazione svolto dai medici della Patologia neonatale era riuscita a rianimarsi, anche se è rimasta cieca con un gravissimo ritardo psicomotorio e incapace di deglutire. La versione raccontata dai genitori riguardo al parto era però stata piuttosto grave visto che avevano addirittura sostenuto di avere assistito a un litigio tra i medici in sala tra due operatori che non erano d’accordo sulla necessità di sottoporre la donna a un taglio cesareo, mentre l’ospedale ha negato la lite e aveva accusato i genitori che avrebbero autorizzato troppo tardi il ricorso al cesareo.
Forti dubbi erano così venuti soprattutto sull’operato della ginecologa e dell’ostetrica al momento del parto, anche se il lungo iter giudiziario che era stato intrapreso è stato interrotto solo ora in seguito a un accordo stipulato tra i genitori della bambina, l’ospedale e le imputate, anche se in cambio del risarcimento la famiglia della piccola ha promesso di ritirare la querela e il giudice ha disposto il non luogo a procedere.

San Donà, muore due giorni dopo la colonscopia: malasanità?

la-nuova-venezia-mestreFonte: nuovavenezia.gelocal.it

Di: Giovanni Cagnassi

12 dicembre 2013

 

JESOLO. Medico indagato all’ospedale di San Donà, oggi l’autopsia sul corpo di un paziente che è deceduto due giorni dopo una colonscopia. Si tratta di un uomo di Jesolo che alcuni giorni fa era stato sottoposto a questo delicato esame che potrebbe aver perforato degli organi interni. Le lesioni subite a seguito dell’esame, se accertate dall’autopsia, potrebbero pertanto essere state la causa della sua morte. Il pubblico ministero, dottor Buccini, dopo la segnalazione dei parenti, ha disposto l’esame autoptico che sarà eseguito oggi nel primo pomeriggio dal medico legale incaricato, Antonello Cirnelli, che arriverà in giornata all’ospedale di San Donà per iniziare il lungo e delicatissimo esame degli organi che si ritiene possano essere stati perforati nel corso della colonscopia.

Il magistrato vuole accertare con estrema precisione le cause del decesso, dopo che i familiari hanno segnalato la tragica morte dell’uomo una volta conclusa la colonscopia. Il paziente, che accusava svariati disturbi che interessavano gli organi interni, era stato trasferito a quanto risulta all’ospedale di San Donà dal nosocomio di Jesolo, dove era ricoverato. Nell’ospedale sul litorale, in via Levantina, da tempo non si esegue più la colonscopia e, nei casi in cui si renda necessaria per approfondire il quadro clinico del paziente, viene organizzato il trasferimento in autolettiga al presidio ospedaliero di San Donà. Le sue condizioni sono andate peggiorando dopo che è stato sottoposto all’esame in questione, che potrebbe aver causato la perforazione di organi vitali e aver interessato in particolare il fegato.

Il paziente è morto due giorni dopo, gettando nel dolore e la disperazione la sua famiglia che si è affidata a un legale per tutelarsi. E il legale, come avviene di norma in questi casi, ha chiesto che siano effettuati tutti gli accertamenti necessari per chiarire le cause della morte che al momento non sono ancora state definite.

Massimo riserbo da parte del pubblico ministero sull’intera vicenda coperta dal segreto istruttorio. Anche la famiglia, molto riservata, non si è espressa in merito a questo tragica vicenda che coinvolge l’ospedale di San Donà alle prese con una lenta opera di riorganizzazione e miglioramento dei servizi ai pazienti, avviata con la precedente gestione dell’Asl 10 e proseguita dal nuovo direttore generale.

Risarcimento protesi Depuy Johnson

Risarcimento-protesi-Depuy-JohnsonLa vicenda delle protesi difettose commercializzate dalla DePuy – Johnson & Johnson è recentemente ritornata agli onori delle cronache grazie ad alcune vittime che hanno deciso di intentare causa alla multinazionale statunitense.

Il tutto ha avuto inizio nel 2010 quando la DePuy – Johnson & Johnson decise di ritirare dal mercato una serie di protesi d’anca tra le più utilizzate al mondo. Dopo una prima fase di reticenza, la multinazionale USA rese noti i motivi di tale decisione generando allarme tra le centinaia di miglia di persone nel mondo che si erano sottoposte negli anni precedenti all’impianto della protesi.

Il provvedimento di ritiro riguarda esclusivamente le protesi metallo – metallo. Il motivo è presto detto. La loro presenza nel corpo dei pazienti trapiantati è causa del rilascio all’interno dell’organismo di pericolosi metalli pesanti quali cromo e cobalto.

Ciò che indotto le persone rimaste danneggiate a scendere sul piede di guerra è stata la sostanziale immobilità della DePuy – Johnson & Johnson nel dare assistenza ed informazioni adeguate a tutti coloro che sono stati vittima di questo ennesimo caso di malasanità.

Ancora più scandaloso è il comportamento delle ASL e degli ospedali coinvolti, che pur essendo al corrente della gravità della situazione e dei danni devastanti che possono derivare dalla presenza nell’organismo umano delle protesi in esame, di fatto non hanno attivato nessuna procedura per informare correttamente i pazienti coinvolti sulla gravità dell’accaduto e sulla necessità di dover rimuovere le protesi al più presto.

Ad essere aspramente criticato è soprattutto il comportamento omertoso tenuto dai direttori degli ospedali coinvolti nella vicenda che pur di tutelare se stessi da un’eventuale azione giudiziaria non hanno avuto scrupoli nel mettere a repentaglio la salute di migliaia di persone omettendo perfino informazioni di vitale importanza come la necessità di effettuare un esame del sangue per controllare i livelli di cromo e cobalto presenti in esso.

Data la gravità della situazione in essere ed il comportamento assunto dalle strutture pubbliche, tutti coloro che sono stati vittima di questo ennesimo caso di malasanità sono invitati a contattare al più presto un legale specializzato in questa tipologia di cause in modo da avviare un’azione giudiziaria volta ad ottenere un congruo risarcimento per quanto costretti a subire.

 

Redazione risarcimenti-online.it

Lunedì 13 dicembre 2013

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Risarcimento protesi seno

Risarcimento-protesi-al seno-Poly-Implant-ProtheseProtesi seno “mammarie” realizzate con materiali scadenti adatti ad uso industriale, e non con silicone medico. Ecco cosa produceva, per ridurre sensibilmente i costi, l’azienda transalpina Poly Implant Prothese (Pip). Tali dispositivi medici,oltre ad essere soggetti ad un rischio maggiore di rottura, sono anche risultati poco sicuri per la salute: anche se al momento non esistono prove della cancerogenicità di queste protesi, le autorità che stanno compiendo le indagini hanno evidenziato un rischio maggiore di reazioni infiammatorie nelle donne che le utilizzano. Il Ministero della Salute francese ha quindi invitato le donne che hanno una protesi Pip a decidere con il proprio medico un’eventuale sostituzione della stessa. Anche se l’allarme è arrivato dalla Francia, dopo la morte sospetta di due donne con protesi di questo tipo per cancro, l’invito ad effettuare la sostituzione di tali dispositivi non conformi alla legge è giunto anche in Italia. Si stima che in Francia le donne con protesi Pip siano circa trentamila, e il Governo di Parigi ha assicurato che gli interventi per sostituirle saranno esclusivamente a carico dello Stato. In Italia, invece, sarebbero all’incirca cinquemila le donne che si sono rivolte all’azienda transalpina per un impianto di protesi. Si tratta di interventi avvenuti prima del 2010, anno in cui le protesi Pip sono state ritirate dal commercio anche nel nostro Paese. Le autorità italiane sottolineano che non vi è una situazione allarmante e che non bisogna preoccuparsi, piuttosto bisogna essere prudenti. Al momento i casi segnalati di rottura delle protesi in Italia sono state ventiquattro, ma è ovvio che il rischio di tumori procuri un certo timore nelle donne che hanno una protesi impiantata realizzata da Pip. In questo come in altri casi di protesi difettose cosa bisogna fare? Si tratta, chiaramente, di uno dei tanti episodi di malasanità che richiedono una valida istruzione della causa, con documentazione accurata e la necessità di provare un nesso di causa/effetto tra la protesi difettosa e il danno subito. A tal proposito, si consiglia di rivolgersi ad un legale che sia specializzato nel settore della responsabilità medica e della malasanità per richiedere il risarcimento protesi seno.

Redazione risarcimenti-online.it Lunedì 11 dicembre 2013 © Riproduzione vietata

Malasanità a Roma, errore diagnosi e amputazione per un ragazzo di soli 20 anni.

Malasanita-a-Roma-errore-diagnosi-e-amputazione

L’episodio risale allo scorso maggio e coinvolge un ragazzo di soli vent’anni, al quale un errore di diagnosi ha causato l’irreparabile aggravarsi delle sue condizioni di salute, fino a rendere necessaria l’amputazione di una delle gambe. Il ricovero di oltre un mese e la travagliata degenza in ospedale del ragazzo, infatti, non sono serviti ai medici a capire che la banale frattura alla tibia nascondeva invece un tumore osseo. L’intervento volto a curare la frattura non ha avuto altro effetto che peggiorare il più grave problema, acuendone l’aggressività e costringendo alla tragica necessità dell’amputazione dell’arto inferiore.

Si tratta solo dell’ennesimo caso di malasanità a Roma, uno dei tanti in Italia, che questa volta coinvolge una casa di cura di Roma. Il medico responsabile dell’intervento non ha proceduto secondo i normali protocolli internazionali, e anche ad operazione iniziata, nonostante fosse ormai palese la presenza del tumore, non ha ritenuto opportuno fermarsi per rimettere il caso a una clinica oncologica specializzata.
In casi di una tale gravità, la semplice fatalità e le normali possibilità di insuccesso di una cura medica lasciano spazio a negligenza, imprudenza e imperizia, e possono fondare una responsabilità giuridica del medico. Le delicate implicazioni che riguardano la salute e l’integrità fisica aprono un ventaglio di complicate considerazioni che riguardano i criteri di delimitazione della responsibilità medica, che possono essere correttamente valutati solo da un giurista con la necessaria preparazione. La negligenza del professionista che conduca all’errore medico coinvolge infatti una pluralità di valori di massima importanza, sfociando in casi che comportano non solo il diretto danno alla salute, alla vita o all’integrità del paziente, ma anche un grosso carico di sofferenze per l’interessato e per i familiari, il cui valore è di difficile computazione.

La valutazione di queste circostanze non spetta solo al giudice in sede di giudizio, ma anche e prima di tutto allo stesso avvocato che voglia adeguatamente salvaguardare l’interesse del proprio assistito, dando voce -appunto- alla sua sofferenza.

Per questo è di estrema importanza essere a conoscenza dell’esigenza di avere accanto un professionista che abbia esperienza in questo settore giuridico, che sappia orientare i propri sforzi alla corretta individuazione della responsabilità del medico per ricercare il massimo ristoro al danno subito dal proprio assistito.

Redazione risarcimenti-online.it

Lunedì 10 dicembre 2013

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Presunta malasanità a Roma, 8 morti sospette

Presunta-malasanita-a-Roma-8-morti-sospetteSono otto le persone che hanno perso la vita nello stesso ospedale di Roma, e tutte e otto sono state ricoverate nella stessa ala dell’ospedale San Giovanni dell’Addolorata, ovvero nell’ala riguardante le malattie infettive: le otto morti si sono susseguite nel giro di pochi mesi, e questo ha fatto presumere alla procura che non si trattasse di semplici coincidenze, ma dell’ennesimo caso di malasanità che si manifesta in Italia.

Ad aver reso fatale il ricovero di queste otto persone pare sia stato un batterio killer, quello che viene chiamato Clostridium Difficile, che apparentemente pare essere innocuo, ma che in realtà, se non curato e scoperto subito nel paziente, potrebbe divenire un qualcosa di letale: il batterio infatti agisce poco dopo esser entrato in contatto con la persona sana, ed inizia ad infettare il suo organismo, cosa che se appunto non venisse curata in tempo, farebbe sviluppare una colite ed altre malattie letali al paziente.
Sono otto le persone che purtroppo sono andate incontro a questo tristissimo destino: pare che le cause di malasanità siano tantissime, e che secondo la Procura, tutte le otto vittime siano state ricoverate ed abbiano preso possesso dello stesso letto, cosa che ha permesso la diffusione del batterio nei corpi delle varie vittime, conducendole ad una fine certa.
Ora le indagini sono in corso, e si cerca di capire se si tratta di una coincidenza fatale o appunto dell’ennesimo caso di malasanità a Roma: pare infatti che le lenzuola ed i materassi non siano stati affatto cambiati, dopo che i pazienti deceduti sono stati ricoverati, cosa che ha permesso al batterio di albergare in quella zona e di causare conseguenze letali ai vari pazienti.
Basta infatti che una persona stia a stretto contatto con un paziente infetto, che il batterio si diffonde con grandissima facilità: un nonnulla quindi, che ha permesso al batterio di uccidere le persone che sono state ricoverate nell’ospedale situato in via Amba Aradam di Roma, e che hanno perso la vita.
Ora si indaga per scoprire qual’è stata la vera causa, dato che le ipotesi sono tantissime: ma cosa devono fare i parenti per poter ottenere un risarcimento per la perdita subita?

Queste persone, che hanno perso un loro caro, devono assolutamente rivolgersi ad un legale specializzato nel settore, e spiegargli accuratamente la situazione: il massimo numero dei dettagli, e la spiegazione accurata della situazione dovranno essere un qualcosa di immancabile, in quanto in questo modo il legale potrà esaminare più attentamente la situazione e approfondire eventualmente le cause che hanno portato al decesso una persona cara.
Trattandosi di malasanità, come si presume, e come probabilmente è accaduto anche in questi otto casi avvenuti nel corso degli ultimi mesi, se la procura dovesse attribuire la colpa alla struttura ospedaliera ed all’incompetenza dei medici, i parenti delle vittime potranno ottenere un maxi risarcimento per la scomparsa appunto del loro caro, oltre ai danni morali che si aggiungeranno proprio per la scomparsa.

In questi tristi eventi, e bene ricordare che il risarcimento spetta al coniuge, ai figli, ai genitori e fratelli, quantificati secondo il grado di parentela e talvolta anche in base alla vicinanza affettiva della vittima con il parente.

 

Redazione risarcimenti-online.it

Lunedì 9 dicembre 2013

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Incidente. Risarcimento passeggero sempre.

Incidente-il-passeggero-ha-sempre-diritto-al-risarcimento

Quando avviene un incidente stradale e uno più passeggeri rimangono feriti o subiscono danni a cose di loro proprietà essi hanno sempre diritto a un risarcimento. Secondo quanto stabilito per legge nel 1992, il risarcimento deve essere corrisposto dalla compagnia assicurativa con la quale il conducente ha stipulato un contratto di Responsabilità Civile e non ha alcuna importanza il motivo per il quale il terzo si trovava sulla vettura in quel momento. Una volta appurate le responsabilità del sinistro, l’assicurazione, qualora constati che il suo cliente non abbia alcuna colpa, provvede alla rivalsa nei confronti della compagnia della controparte. Tale norma è stata creata con lo scopo di tutelare sempre e comunque i terzi trasportati, che hanno diritto a essere risarciti indipendentemente da chi sia colpevole dell’incidente. L’importo del risarcimento però subisce una notevole decurtazione qualora il passeggero abbia un concorso di colpa in seguito all’adozione di un comportamento imprudente o del tutto inadeguato. Supponiamo, ad esempio, che non abbia allacciato la cintura di sicurezza, in questo caso la cifra che gli viene corrisposta a titolo di risarcimento viene notevolmente ridotta, in quanto ha contravvenuto a un’importante norma di sicurezza prevista dal Codice della Strada.
Come avviene il risarcimento del passeggero?
Esiste un’apposita normativa (il Decreto Legislativo n. 209 del 2005) che disciplina il risarcimento passeggero, dei terzi trasportati e che garantisce loro il pagamento dei danni in un tempo relativamente breve, indipendentemente dal fatto che si trovassero a bordo dell’auto che ha provocato il sinistro o che ne sia stata coinvolta incolpevolmente. Di norma la liquidazione deve avvenire, come per l’indennizzo diretto, nell’arco di 90 giorni dal giorni in cui il passeggero ha presentato richiesta di risarcimento alla compagnia assicuratrice del conducente dell’auto sulla quale si trovava a bordo. Perché la richiesta venga presa in considerazione è necessario che venga trasmessa tramite raccomandata e che contenga tutti i dati relativi al richiedente e alle lesioni fisiche o ai danni alle cose da lui subiti. Naturalmente è necessario allegare la certificazione medica affinché la compagnia possa valutare l’entità del danno e faccia una congrua offerta di risarcimento. Per evitare di essere vittima di truffe, l’assicurazione però provvede a sottoporre il danneggiato a una visita medica da parte di un professionista di sua fiducia o a fare eseguire una perizia nel caso di danni alle cose e il richiedente non può rifiutarsi a tale ispezione.

Entro il novantesimo giorno la Compagnia deve fare la propria offerta di risarcimento al terzo trasportato per quel che riguarda i danni fisici e il termine si riduce a 60 giorni per i danni alle cose. Il danneggiato può accettare l’offerta e in questo caso viene liquidato entro 15 giorni, oppure, qualora non la ritenga congrua può rifiutarla, ma la somma gli viene versata comunque e viene considerata a titolo di anticipo. Anche quando non vi è alcuna pronuncia da parte del terzo la Compagnia è tenuta a indennizzarlo e l’importo erogato viene considerato anche in questo caso un anticipo.

 

Redazione risarcimenti-online.it

Martedì 6 dicembre 2013

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Udine, Trieste, Pordenone e Gorizia, le città con più incidenti stradali

Udine-Trieste-Pordenone-Gorizia-le-citta-con-piu-incidenti-stradaliIl Friuli Venezia Giulia, vanta un triste primato. Le sue città principali, infatti, hanno fatto da cornice ad un numero sempre maggiore di incidenti stradali (in relazione all’entità della popolazione).

I dati recentemente diffusi dall’ “ACI” dimostrano che, anche se nel 2012, si è assistito ad un piccolo calo degli incidenti (passati dai 3.604 dell’anno 2011 ai 3.459 del 2012), non è variato il numero delle vittime (84), mentre il numero dei feriti è passato da 4.697 a 4.567, segnando, dunque, un leggerissimo calo.
Fa riflettere, la mancata diminuzione dei decessi. Udine, in particolare, presenta la situazione più difficile con ben 41 morti sulle strade. Sebbene vada considerato che la città, per via della sua particolare collocazione geografica, è interessata, soprattutto dal traffico pesante (ed è risaputo che i mezzi di grande dimensioni sono più propensi a causare incidenti) questo non spiega totalmente l’elevato tasso di sinistri mortali.
Terribile anche la situazione del capoluogo, Trieste, che ha visto aumentare non solo il numero di incidenti, ma anche quello dei morti e dei feriti.

Se si leggono i dati “ACI” con attenzione, non è difficile notare che il maggior numero si verifica tra la primavera e l’inizio dell’autunno.
Nel 2012, il maggior numero di incidenti mortali si sono registrati nei mesi di marzo, settembre ed ottobre. Durante questi mesi, le vittime della strada sono state ben 33.
I maggior numero di incidenti con feriti, invece, sono avvenuti, tra il mese di maggio e quello di agosto.

“ACI”, nel suo rapporto, distingue i diversi incidenti in base al numero di veicoli coinvolti.
Gli incidenti che hanno visto il coinvolgimento di un solo veicolo sono stati 1091. Nella maggior parte dei casi (502) i sinistri, sono causati dalla fuoriuscita o dallo sbandamento dell’automezzo.
In ben 373 casi, dei pedoni sono stati investititi. Fa riflettere, il fatto che buona parte di questi eventi si sia verificato all’interno dei centri urbani.

I sinistri che vedono il coinvolgimento di più veicoli sono 2.368. In ben 988 dei casi rilevati si è assistito a scontri frontali-laterali (a cui vanno aggiunti 272 incidenti dovuti a scontri solo laterali). Segnali di precedenza e di stop, dunque, ancora troppo spesso, non vengono rispettati.
Così, come spesso, non si rispetta la distanza di sicurezza: nel corso del 2012, si sono infatti verificati 552 tamponamenti.
Fanno riflettere i 462 scontri frontali. Questi sinistri, infatti, spesso hanno conseguenze gravissime per le persone.

Le strade urbane continuano ad essere quelle più rischiose. Dei 3.459 incidenti stradali verificatisi nel corso del 2012, ben 2.517 si sono verificati nei centri abitati.
La città friulana con il maggior numero di sinistri nei centri urbani è Udine (841), seguono il capoluogo (798), la città di Pordenone (550) ed, infine, Gorizia (328).

Fuori dai centri abitati, si verificano, per contro, sempre meno incidenti: 120 i sinistri verificatisi sulle strade extra urbane, 312 quelli registrati su strade regionali. Altrettanti quelli sulle strade provinciali,
Sui raccordi autostradali, sono 141 gli incidenti registrati.

Quando si parla di sinistri stradali, inevitabilmente, si tocca il delicato tema dei risarcimenti.
in caso di incidente, ottenere il congruo compenso non è mai semplice. Le vittime, infatti, non sono sempre a conoscenza di tutte le “voci di danno” previste. Oppure, semplicemente, non sono in grado di formulare una corretta e precisa richiesta.
Nei casi più gravi e controversi, dunque, si rende, inevitabilmente necessario, al fine di ottenere un’adeguata assistenza legale, il ricorso ad avvocati specializzati

 

Redazione risarcimenti-online.it

Martedì 3 dicembre 2013

 

Cotone dimenticato durante intervento

ansaFonte:  ansa.it

Di: ansa.it

27 novembre 2013

 

A giudizio sei sanitari, donna morì alcuni giorni dopo

(ANSA) – BARI, 27 NOV – Il gup del Tribunale di Bari Alessandra Piliego ha rinviato a giudizio sei medici – dell’ospedale ‘Besta’ di Milano e del policlinico di Bari – accusati di aver causato la morte di una donna di 40 anni, deceduta per un pezzo di cotone non rimosso durante un intervento chirurgico per la rimozione di un tumore al cervello. La donna, originaria di Monopoli (Bari), fu operata nell’ospedale ”Carlo Besta” di Milano. Quattro giorni dopo il ricovero, la donna morì.

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