Mese: marzo 2014

 

Infortunio mortale sulla A3, oggi lavori sospesi nel tratto lucano

Lavori sospesi sul tratto lucano della Salerno-Reggio Calabria a seguito dell’incidente mortale avvenuto ieri nella galleria Renazza e costata la vita all’operaio Giuseppe Palagano, originario di Nemoli. Dopo il sequestro della galleria ad opera della magistratura, il general contractor Sis, la ditta Lagonegro Scarl (per la quale lavorava il lavoratore deceduto) e le imprese dell’indotto hanno messo i lavoratori in libertà per oggi e forse anche per domani. Sul posto sono intervenuti i sindacati confederali e di categoria – per la Cisl sono presenti Nino Falotico e Michele La Torre – che hanno incontrato i dirigenti della Sis e indetto un presidio permanente almeno fino ai funerali e in attesa che la magistratura faccia chiarezza sui contorni ancora oscuri della vicenda.

“Ci affidiamo agli organi inquirenti per capire la dinamica dell’incidente”, spiega il segretario generale della Filca Cisl Basilicata, Michele La Torre, che però esprime dubbi sulle prime ricostruzioni pubblicate dalla stampa. “Finora questo cantiere non aveva registrato episodi particolarmente gravi e il fatto che l’opera sia in dirittura d’arrivo può aver determinato un allentamento delle maglie della sicurezza”. Per il segretario della Cisl, Nino Falotico, “è opportuno che la sospensione dei lavori duri il tempo necessario agli accertamenti del caso; bisogna valutare con rigore e scrupolo i fatti per scongiurare che eventuali fattori di rischio possano ripresentarsi in futuro”.

“Mi auguro che gli accertamenti siano rapidi e scrupolosi e chiariscano oltre ogni ragionevole dubbio la dinamica dell’episodio”, continua La Torre che esprime cordoglio ai familiari di Giuseppe Palagano e invita le istituzioni a non abbassare la guardia. “È vero che i dati complessivi ci dicono che gli infortuni sono in calo rispetto agli anni scorsi – osserva La Torre – ma è altrettanto vero che si lavora meno e quel poco di lavoro che c’è è spesso precario e con standard di sicurezza non accettabili”. “Serve più attenzione alla prevenzione, più consapevolezza e una rete di controlli meno burocratica e più efficiente”, aggiunge Falotico. Per i due dirigenti sindacali della Cisl “appellarsi al destino e all’imponderabile, come si fa in questi casi, sarebbe solo l’anticamera di nuove tragedie”.

 

oltrefreepress.comFonte: oltrefreepress.com

di oltrefreepress.com

Lunedì 31  Marzo 2014

Hai subito un danno per errore medico?

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Anche il medico può sbagliare, a volte con conseguenze gravi o irreparabili per il paziente. Per la persona danneggiata o per la sua famiglia invece l’errore più grande è rinunciare a richiedere un risarcimento. I casi della cosiddetta “malasanità” in cui vi sia un errore medico sono i più vari e possono avvenire in ogni fase dell’attività sanitaria, dalla diagnosi all’intervento chirurgico.

L’unico modo per tutelare se stessi e i propri familiari è rivolgersi a uno studio legale specializzato in materia.

La prima cosa da sapere è che per richiedere un risarcimento per danni da errore medico ci sono 10 anni di prescrizione dall’ultimo certificato. La seconda è che in caso di riconoscimento della responsabilità da parte dell’operatore sanitario si ha diritto al rimborso di tutte le spese sostenute conseguenti al danno. Questo punto non è secondario, visto che spesso il danneggiato rinuncia alla richiesta danni per paura di dover sostenere costi legali onerosi e attraversare infinitelungaggini burocratiche.

In realtà, affidandosi ad un legale specializzato in materia, si possono ridurre sia i costi sia i tempi. Tuttavia, la condizione fondamentale è conservare tutta la documentazione sanitaria del caso in questione e le ricevute delle spese sostenute. In ogni caso per ottenere giustizia e un equo risarcimento, sia esso per via stragiudiziale o intentando causa al professionista o all’azienda sanitaria responsabile, soprattutto quando si abbia la certezza di essere stati danneggiati, è affidarsi ad uno studio prima di fare qualsiasi azione. Esso verificherà mediante consulenze medico legali la reale responsabilità medica. Nel caso sia necessario intentare una causa civile i tempi medi di attesa sono di tre anni. Nel caso in cui il danno sia particolarmente grave e derivante da azione delittuosa (negligenza, imprudenza, imperizia) che comporti responsabilità penali lo studio legale specializzato aiuterà anche ad avviare un’azione penale.

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Asporta la costola sbagliata e poi il reperto scompare: un chirurgo sotto inchiesta

L’errore su una malata all’Istituto tumori di Milano. Il medico dovrà rispondere di lesioni colpose aggrvate. Ascoltati diversi testimoni

Milano, 19 marzo 2014 – Un pezzo di costola asportato per sbaglio e poi misteriosamente sparito. È il nuovo clamoroso caso di malasanità finito in un’inchiesta aperta dalla magistratura. Per una biopsia ossea su una paziente, un chirurgo dell’Istituto nazionale dei tumori ha prelevato dalla costola sbagliata: quella sana. Per di più, quando la donna ha scoperto l’errore e reclamato il reperto, si è scoperto che il pezzo «incriminato» nel laboratorio di Patologia non c’era più. Svanito nel nulla. Rubato? Semplicemente perso? O fatto sparire nel tentativo maldestro di coprire l’errore?

La vittima del drammatico errore è una donna di quarant’anni, del Vicentino, malata di cancro e arrivata con tanta fiducia in quello che vedeva come un tempio della sanità lombarda: «È l’unica possibilità per te di avere una cura tempestiva», le avevano detto i medici veneti. La disillusione è stata totale, naturalmente, a partire da quando il radiologo di un altro ospedale, per fortuna, durante un controllo post-operatorio si è accorto dell’errore commesso dai medici milanesi. L’episodio risale all’anno scorso ed è venuto alla luce dopo un’ispezione della polizia all’Istituto di via Venezian. Perché la costola non è l’unico reperto mancato dal laboratorio di Patologia tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013: alcuni vetrini per esami citologici erano spariti. Tre diversi episodi che avevano messo in allarme la direzione dell’ospedale, che infatti aveva sporto denuncia. Quei campioni sarebbero dovuti restare nella struttura, perché le diagnosi di cancro si basano in larga parte sull’osservazione delle cellule al microscopio e il paziente ha il diritto di richiedere i reperti per sottoporli all’analisi di un secondo o anche di un terzo specialista.

L’indagine per furto sulle sparizioni dei vetrini (e poi del frammento di costola), affidata al pm Enrico Pavone, non ha dato però alcun esito, se non quello sconfortante emerso dalla constatazione che i reperti sono probabilmente andati smarriti in un contesto di laboratorio-archivio che – a parere degli investigatori – non brillava per ordine e accuratezza. Discorso diverso per la paziente che ha subìto l’estrazione della costola sbagliata. Dopo la sua denuncia, una seconda inchiesta della magistratura – stavolta affidata al pool «colpe mediche» della procura di Milano, che ha ascoltato le persone presenti quel giorno in sala operatoria – vede ora indagato per lesioni colpose aggravate il chirurgo che ha commesso l’errore.

ilgiornoFonte: ilgiorno.it

di Giulia Bonezzi e Mario Consani

Mercoledì 19 Marzo 2014

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Risarcimento errata estrazione cataratta

risarcimento-errata-estrazione-catarattaL’operazione per l’esportazione o estrazione della cataratta è un tipo di intervento chirurgico che oggi non dovrebbe terminare con delle conseguenze molto negative: capita purtroppo che, in alcuni casi, per colpa di un errore o di una complicazione, le conseguenze negative si manifestino in maniera inevitabile, cosa che potrebbe danneggiare permanentemente la vista del paziente.
Esistono una serie di errori, ed il primo di esso riguarda il metter in posizione sbagliata il cristallino artificiale: purtroppo, nel corso degli anni, questo tipo di errore risulta esser molto comune, e le conseguenze negative sono abbastanza devastanti.

(chiedi assistenza per il risarcimento – nessun anticipo delle spese legali)

Quando infatti il cristallino artificiale viene inserito in maniera sbagliata, la vista del paziente inizia a peggiorare di giorno in giorno: l’occhio infatti perde piano piano il senso della vista, e se il paziente non si reca subito ad un controllo, con conseguente nuova operazione, la percentuale di rischio di perdere completamente la vista aumenta in maniera esponenziale.
Questo è solo il primo di una serie di errori: uno dei più letali consiste nell’emorragia espulsiva, ovvero una grande perdita di sangue proveniente dall’occhio, la quale si manifesta nel momento in cui il cristallino artificiale non viene posizionato bene.
L’emorragia è comunque molto rara, ma non impossibile: purtroppo infatti, se l’occhio del paziente non dovesse tollerare il cristallino, e se questo dovesse esser posto in maniera scorretta, l’emorragia tenterà di eliminarlo, in quanto ritiene il cristallino un qualcosa di estraneo e di invasivo.
Se questo dovesse accadere, le conseguenze negative per la vista sarebbero devastanti: l’occhio, oggetto dell’operazione, verrebbe completamente danneggiato, ed il paziente perderebbe la vista immediatamente, rischiando anche di divenire invalido.
Un altro errore, con conseguenze meno gravi invece, consiste nel fatto che, dopo l’intervento, la vista del paziente possa peggiorare: spesso capita infatti che una persona affetta di miopia possa, al termine dell’intervento, peggiorare la sua situazione, riscontrando magari un lieve ma percettibile abbassamento della vista, cosa che deriva anch’essa da un errore da parte del medico chirurgo che effettua l’operazione di estrazione della cataratta.

(chiedi assistenza per il risarcimento – nessun anticipo delle spese legali)

L’errore che invece non ha delle gravi conseguenze negative consiste in una mancata riuscita dell’operazione: spesso infatti, malgrado la cataratta venga rimossa, il paziente non migliora, ma allo stesso non peggiora, cosa che quindi non comporta nessun tipo di cambiamento nella vita del paziente.
Come bisogna comportarsi comunque qualora dovesse accadere una delle situazioni precedentemente indicate, ovvero che l’operazione crei soltanto conseguenze poco piacevoli?
In uno di questi casi, il paziente deve richiedere assistenza per il risarcimento ad un professionista specializzato in malasanità, in quanto queste situazioni appartengono appunto alla malasanità: al professionista bisogna spiegare, dal principio, tutta la situazione, in maniera tale che lo stesso possa avere tra le mani tutti i fatti documentati di quanto accaduto, e possa procedere con la pratica risarcitoria.

(chiedi assistenza per il risarcimento – nessun anticipo delle spese legali)

Articolo pubblicato da Giovanni Zappalà

15 marzo 2014

Redazione risarcimenti-online.it

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Incidente mortale a Paternò: motoape investe auto e prende fuoco

a perdere la vita un netturbino

E’ di un morto e di due feriti il bilancio dell’incidente avvenuto questa mattina, intorno alle 6.40, in via Balatelle a Paternò. Una moto ape si è schiantata contro un’auto e a perdere la vita è stato il conducente della moto-ape, un netturbino Giuseppe Lo Cicero, 51 anni.

Il violento impatto ha causato la rottura del serbatoio di benzina del camioncino che ha preso fuoco. Sul posto sono intervenute due squadre dei vigili del fuoco del Comando provinciale di Catania.

Sono ricoverati all’ospedale Cannizzaro di Catania per le ustioni riportate a causa dell’incendio del mezzo un collega della vittima e il conducente dell’automobile.

Il cordoglio del sindaco di Paternò – “Siamo sconvolti per l’incidente che stamattina ha ucciso uno dei nostri operai – ha detto Mauro Mangano – Giuseppe Lo Cicero era uno di quei dipendenti che fanno un umile ma indispensabile lavoro per la comunità, uno di quei lavoratori spesso invisibili ma sempre al servizio della città. Io e tutta la Giunta del Comune – ha continuato il sindaco – abbracciamo la sua famiglia e lo piangiamo, ci resta appena la forza per voler sapere come è successo, quale è stata la dinamica dell’incidente, su cui aspettiamo di poter sapere di più. Un pensiero ed un augurio di pronta guarigione va anche agli operai rimasti feriti nel tentativo, purtroppo inutile, di aiutare il proprio compagno”.

Appena saputo dell’incidente il vicesindaco Carmelo Palumbo, insieme agli assessori Agostino Borzì e Salvatore Galatà si sono subito recati in via Balatelle, insieme al Responsabile della sicurezza del Comune, Eugenio Ciancio.

blogsicilia.itFonte: catania.blogsicilia.it

di: Redazione catania.blogsicilia.it

Sabato 15 Marzo 2014

Malasanità e risarcimento a Messina

Risarcimento-malasanita-messinaI casi di malasanità sono, purtroppo, episodi di cronaca sempre più frequenti in tutta Italia e in particolare a Messina.
Nel corso degli ultimi anni si è potuto assistere ad una vera e propria impennata nel numero dei casi di malasanità nel capoluogo Messinese.

Uno dei casi più agghiaccianti riguarda una mamma di 40 anni e la sua creatura defunti entrambi, manca il posto in rianimazione e l’elicottero è guasto, avvenuto il 7 agosto 2013 e per il quale sono partiti sei avvisi di garanzia per omicidio colposo e aborto colposo.

Un’altro caso di malasanità molto triste e sconvolgete vede vittima una giovane donna in attesa, che si era recata in ospedale, preoccupata per alcune perdite ma non viene diagnosticato alcun problema. Purtroppo, dopo pochi giorni, la giovane partorisce una bimba già morta. E’ accaduto nei primi giorni del 2014. La procura di Messina ha iscritto nel registro degli indagati tre medici dell’Unita operativa di Ginecolgia e Ostetricia del Policlinico di Messina con l’accusa di omicidio colposo

Fino a pochi anni fa chi era vittima di un caso di malasanità o perdeva una persona cara a causa di un errore o ancor peggio della noncuranza dei medici doveva rassegnarsi ad affrontare un lungo e costosissimo processo per chiedere giustizia ai responsabili.

Da oggi però, grazie al nostro servizio di assistenza medico-legale, chi ritiene di essere stato vittima di un caso di malasanità a Messina e in tutta Italia può rivolgersi a noi per una consulenza.
Se si ritiene di essere stati vittima di un caso di malasanità a Catania, è sufficiente compilare il modulo di richiesta assistenza o chiamare il nostro numero verde per richiedere un servizio di consulenza.

Non è necessario l’anticipo di nessuna somma di denaro: il nostro onorario verrà saldato solamente a risarcimento ottenuto, senza anticipi e senza rischi.

Per richiedere ed ottenere un risarcimento da parte di una struttura sanitaria o da un medico si hanno a disposizione ben dieci anni dalla data dell’ultimo certificato.

In questo modo, è possibile richiedere risarcimenti per fatti avvenuti nel corso dell’ultimo decennio, potendo finalmente avere giustizia e ricevere una somma adeguata al dolore sofferto e ai disagi patiti.
Contattateci senza impegno per ottenere tutte le informazioni necessarie.

Mio nonno e la malasanità vista da vicino

Da un anno (e leggendo capirete il perché) ho iniziato a raccogliere le storie “malate” di persone che ogni giorno lottano perché il proprio diritto alla salute venga rispettato. Ho deciso di dedicare alcuni post di Multi Italia a loro.
Se avete una storia da raccontare scrivetemi qui: alessiaarcolaci@gmail.com

Quando ho iniziato a fare le prime ricerche mio nonno era morto da un mese. Lo aveva ucciso un tumore al fegato, o meglio un tumore al fegato diagnosticato troppo tardi. Come giornalista, cittadina, nipote, quello che era successo mi interrogava con urgenza. Non che non fossi a conoscenza di tutti i problemi della sanità italiana ma spesso i media fanno rimbalzare dati, decreti, tagli, termini tecnici, cifre e numeri che quasi mai rendono tangibile la realtà sanitaria a cui i cittadini sono ogni giorno sottoposti.
Partiamo dai famosi dati. In Italia, in base al Rapporto PiT Salute 2012 elaborato da Cittadinanzattiva -Tribunale per i diritti del malato, il maggior numero di segnalazioni su presunti errori diagnostici si riscontra nell’area oncologica, con quasi mille segnalazioni di casi specifici in un anno. A causa di analisi troppo veloci, consulti a volte superficiali, poca disponibilità di confronto con il paziente, una errata lettura delle indagini, liste d’attesa di oltre sei mesi per una risonanza magnetica o un’ecografia.
E queste tempistiche e disattenzioni sono spesso fatali. C’è poi un dramma nel dramma, l’ansia dell’iter da seguire, l’abbandono a informazioni poco chiare e lo spettro dei medicinali sempre più difficilmente reperibili e costosi (e questa è un nuova frontiera recente, anche qui c’è stato un aumento delle segnalazioni nel 2011 di circa due punti -DATI). Grazie alla collaborazione del Tribunale per i diritti del malato ho iniziato a raccogliere le testimonianze di chi dentro questi iter ha perso ogni speranza e la vita. Ne ho selezionate alcune.
E i dati diventano subito vita concreta, e drammi. Da Nord a Sud, senza troppe differenze, passando per «le eccellenze» del Centro Italia.

Vincenzo, Faenza (Ravenna)
Il primo ricovero doveva durare solo per qualche ora. Mio nonno, 70 anni, doveva subire un intervento semplice in anestesia locale, il laser doveva eliminare un corpo estraneo, un tumore al fegato, definito di pochi millimetri, benigno. Da tempo, per prevenzione e per tenere sotto controllo un inizio di cirrosi epatica, aveva iniziato a fare analisi e tutto quanto richiesto dal medico di base, quello di una vita.
Quando sul fegato era comparsa una piccolissima macchia, un’ombra, i dottori che si occupavano di lui erano sicuri: niente di grave. «E’ solo un grumo di sangue», dissero per un anno: non era un tumore, bastava tenerlo sotto controllo. Gli esami e le visite si alternavano a distanza di mesi, tre, quattro, solo noi ci preoccupavamo. I tumori, si sa, oggi sono in gran parte curabili ma devono essere scoperti sul nascere e le liste d’attesa a cui mio nonno veniva costantemente sottoposto non tenevano conto di questa necessità. Così siamo arrivati all’operazione. Sembrava quasi che fossimo stati noi ad insistere per ottenerla. Dopo pochi minuti, i chirurghi uscirono dalla sala operatoria con un espressione tra l’imbarazzato e il disarmato, tentando di spiegare ai familiari che l’intervento non si poteva più fare: «Il tumore è troppo grande e si è attaccato alla vena cava, quella che riporta il sangue al cuore. Non possiamo operare lì, è troppo pericoloso». All’improvviso crolla tutto. Il dottore non sapeva nemmeno come guardarli negli occhi i figli di Vincenzo: «La situazione è precipitata, il tumore è di 5 centimetri». Diagnosi sbagliata, l’unica spiegazione.
Vincenzo venne ricoverato subito per la chemioterapia, alla famiglia era stato detto che non c’erano speranze, in quella posizione non si poteva fare nulla per togliere il tumore. Qualcuno aveva sbagliato, e lo sapeva. L’epatologo che da un anno si occupava del caso non aveva mai pensato di far seguire mio nonno da un oncologo, nonostante una delle prime patologie che possono derivare dalla cirrosi sia proprio il cancro. Perché aveva continuato a sottovalutare la possibilità che quella macchia diventasse un tumore incurabile? Dopo quella mattina non ha voluto più incontrare la famiglia.
«La risonanza magnetica parlava già chiaro, il paziente aveva questo tumore da un anno, impossibile non accorgersene». Uno specialista di Milano strabuzzò letteralmente gli occhi davanti ai risultati di quella vecchia analisi. Com’era stato possibile non vederlo? E perché nessuno aveva avuto l’umiltà e l’accortezza di approfondire o dare ascolto alle nostre preoccupazioni nei troppi mesi che passavano tra una visita e l’altra?
Da quel giorno è iniziato il calvario, vero, non retorico, tra ospedali, cure e umiliazioni ospedaliere. Ogni speranza residua nella chemioterapia svanì non appena il medico spiegò che se dopo i primi due mesi non si fossero stati evidenti miglioramenti sarebbe stata pure sospesa: «Costa troppo, una confezione di questo medicinale ha un prezzo di seimila euro, non possiamo usarlo se non ci sono subito effetti rilevanti».
Intanto mio nonno dimagriva, alternava periodi di apparente benessere ad altri di grande fatica e depressione. Era sempre stato uno di poche parole, ma con i suoi occhi azzurri sapeva come e quando comunicare lo stesso. Sembrava che gli interessasse solo che gli altri intorno a lui fossero tranquilli. Il tumore sembrava essere fermo, dopo pochi mesi si risvegliò. «Dobbiamo fermare il ciclo di chemioterapia, ma possiamo tentare una cura sperimentale, viene dalla Germania, dà buoni risultati».
La settimana era scandita da analisi del sangue, di solito alle 8 di mattina, e risonanze magnetiche, quasi sempre il pomeriggio. Giornate intere su una sedia in un corridoio, con tra le mani la settimana enigmistica e le poche energie rimaste. Dove sono i diritti del malato, il rispetto verso l’essere umano? Perché una persona debilitata, con un tumore addosso, viene lasciata per ore così?
Passarono altri mesi. Il cancro diventa più forte, anche l’ultima cura venne sospesa. «Non c’è molto altro da fare». Vincenzo doveva andare all’ospedale per delle flebo di albumina, un soccorso per il cervello se il fegato smette di funzionare come filtro. Anche ottenere queste flebo è stato un calvario. Prima non c’era posto all’ospedale, poi a casa non si potevano fare, poi serviva un’ennesima richiesta di un medico di base, poi serviva la presenza di un dottore specifico. Era sempre una questione di costi, di iter da seguire, di pacchi di fogli da firmare.
Lui aveva capito tutto, era stanco, stanco di essere portato in giro per ospedali, stanco di quelle persone che lo guardavano appena, nonostante avessero dovuto, almeno per lavoro, imparare ad avere a che fare con i malati terminali. Mio nonno ha smesso di respirare a casa, due mesi fa, la mano stretta nella mia. Pochi giorni prima mi aveva regalato uno dei suoi sorrisi speciali, uno di quelli che non dimenticherò più. Come non dimenticherò più le parole di uno dei dottori che lo aveva in cura e che un giorno, davanti alle lacrime di mia madre, disse: «Una cosa è certa, se tutto questo fosse successo a mio padre io sarei molto più arrabbiato di lei».
Questa è solo una storia, purtroppo una fra tante, una storia fatta di errori, ma che fino a che punto l’errore è umano? Ci sono dottori appassionati e capaci che salvano ogni giorno vite ma ci sono anche gli altri. E’ per loro questo racconto, perché qualcuno deve rispondere, almeno davanti a se stesso di questi errori. Perché mio nonno potrebbe esserci ancora. Potrebbe essere vivo e non sotto terra.

Scrivetemi all’indirizzo: alessiaarcolaci@gmail.com

 

vanityfair.itFonte: vanityfair.it

di Alessia Arcolaci

Mercoledì 05 Marzo 2014

Scontro mortale sulla Braccianese muore 20enne: gravi altri due giovani

Un ragazzo di 20 anni morto, altri due in gravi condizioni, più due feriti lievi.
È il bilancio di un incidente stradale avvenuto la scorsa notte sulla via Braccianese, in località La Storta a Roma.

Secondo una prima ricostruzione poco dopo le 3, una Lancia Y, con a bordo due fratelli ed un cugino, stava percorrendo la via Braccianese, in direzione centro, quando all’altezza dell’incrocio con via Casale di San Nicola si è scontrata con una Smart, con a bordo due persone, è finita contro un palo della luce e poi in una scarpata ribaltandosi. Dei tre occupanti della Lancia Y, uno è morto e gli altri due sono stati ricoverati in codice rosso.

I vigili del fuoco, con due squadre, hanno impiegato quasi tre ore per estrarre le tre persone. Sono stati ricoverati in codice giallo i due occupanti della Smart. Sono intervenuti i vigili urbani ed i carabinieri.

Un altro incidente grave si verificato stamani sulla Cristoforo Colombo, all’altezza di piazza Marconi, all’Eur. Non è ancora chiara la dinamica, ma è rimasto coinvolto uno solo veicolo ed il conducente è in prognosi riservata. Si occupano dei rilievi i vigili urbani.

 

Filmessaggeroonte: ilmessaggero.it

Di: ilmessaggero.it

Sabato 01 Marzo 2014

 

 

Malasanità, per il maxirisarcimento il Comune di Urbino chiede aiuto alla Regione

OSPEDALE_UrbinoURBINO – Il Comune di Urbino è a un bivio: pagare o non pagare 1,2 milioni per risarcire gli eredi del signor Pecorini, che avrebbe contratto l’Epatite C nell’ospedale di Urbino dopo essersi sottoposto a un’operazione nel 1976, quando la struttura era di competenza dell’amministrazione cittadina.

La vicenda è stata discussa nel corso dell’ultimo Consiglio comunale, durato quattro ore e incentrato in particolar modo sul bilancio di previsione: il Comune di Urbino cercherà di far pagare alla regione Marche la somma di 1.267.000 euro a cui è stato condannato lo scorso novembre dal tribunale della città ducale. “Noi non abbiamo colpe per quello che è successo negli anni ’70 – ha dichiarato il sindaco Franco Corbucci durante la seduta –  e pagare l’intero importo a cui siamo stati condannati sarebbe un gran problema per Urbino”.

L’amministrazione, a questo punto, può percorrere due strade: da un lato può tentare il ricorso in appello, rischiando però di veder confermata la condanna, dall’altro può raggiungere un accordo con gli eredi di Pecorini e il suo avvocato. Per quanto riguarda la prima opzione, il Comune ha già deliberato l’affidamento di un incarico al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Urbino per l’analisi approfondita del caso e per valutare l’esistenza dei termini per un eventuale ricorso in appello.

Nel secondo caso, c’è la possibilità di un accordo tra le parti le cui trattative sono già in corso da qualche mese: “Loro chiedono 600.000 euro, circa la metà della somma a cui siamo stati condannati – ha spiegato Corbucci – ma stiamo cercando di scendere a 500.000 euro”. Il sindaco ha poi sottolineato che quei soldi potrebbero arrivare da Ancona poiché la competenza degli ospedali, dopo la riforma sanitaria del 1980, è passata alle Regioni così come tutti i beni immobili della sanità pubblica. Il problema, però, è che la causa è stata sollevata successivamente.

A questo proposito, il Comune di Urbino ha comunque già inviato ad Ancona una lettera in cui chiede che il pagamento della condanna, o dell’eventuale cifra concordata, sia a carico della Regione. “Avevamo bisogno di approvare il bilancio entro fine febbraio proprio per il peso della sentenza Pecorini” ha concluso il sindaco. Tutto l’avanzo del 2013 era stato infatti destinato al pagamento della causa, pari a circa 400.000 euro.

“Sono soldi tolti ad altri bisogni della città – ha commentato il consigliere di opposizione Lucia Ciampi – il Comune non ha fatto abbastanza. Non basta scrivere una lettera in Regione. Bisogna andarci di persona, maggioranza e opposizione, e chiedere che si assumano la responsabilità di questa causa. O che, quanto meno, aiutino il Comune cedendo qualche immobile alla città. Urbino ha tanti e grandi problemi e se le cose dovessero andare male in un eventuale appello,  il Comune dovrebbe mettere soldi da parte per almeno tre anni”.

La vicenda
La storia risale al 1976. Secondo quanto si legge in una determina comunale relativa alla sentenza, il signor Pecorini  “è deceduto nel 2009 dopo una lunga malattia (Epatite C) insorta, secondo lui, a seguito di un’infezione contratta durante un intervento chirurgico al quale si era sottoposto all’Ospedale di Urbino nel 1976”.

Nel 1996, Pecorini viene a conoscenza della malattia mentre è ricoverato al Policlinico di Bologna. Solo nel 2003, però,  ricollega la contrazione dell’epatite all’intervento chirurgico di 27 anni prima, su suggerimento di un medico. Un’ipotesi confermata dal Consulente Tecnico d’Ufficio, il professor Bolondi, dell’Università di Bologna.

Nella causa, tutto è stato giocato sulle tempistiche: secondo il Comune, il termine temporale per la richiesta di risarcimento da parte del signor Pecorini sarebbe dovuta arrivare entro i 10 anni da quando aveva saputo della malattia (è il termine massimo previsto dalla legge entro il quale chiedere il risarcimento). Secondo la difesa della famiglia, che ha poi avuto ragione in tribunale, il conteggio dei dieci anni dovrebbe invece partire dal 2003, l’anno in cui Pecorini ha ricollegato la sua malattia all’operazione subita a Urbino.

uniurb.itFonte:  http://ifg.uniurb.it

Di: Virginia Della Sala

26 febbraio2014

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