Malasanità, parlano i medici

bloglive.itFonte: bloglive.it

Di: Antonio Savarese

31 Ottobre 2013

 

Il fallimento si connota e lo si interpreta solo ed esclusivamente in una direzione: come errore

Ritorno sul tema spinoso dei casi di Malasanità con un’intervista al Dott. Maurizio Benato –Vice Presidente di FNOMCEO -Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri.

I numeri crescono di anno in anno (una media annuale di circa 13000 richieste di danni, Otto chirurghi su dieci oggi trascorrono metà della loro vita sotto processo).

Credo sia giusto sentire la voce di chi rappresenta i medici che spesso sono coinvolti in processi penali per presunti errori. Siamo partiti dai freddi numeri per poi riflettere su come sia cambiata la sanità in seguito al cambiamento della società.

Si parla spesso di malasanità, quali sono i dati di FNOMCEO?

La FNOMCeO quale ente di coordinamento degli Ordini dei Medici Italiani non è preposta a quanto invece da tempo chiediamo per tutte le aziende sanitarie pubbliche e private accreditate che dovrebbero individuare una funzione e/o struttura operativa dedicata alla sicurezza dei pazienti e alla gestione del rischio clinico competente a svolgere compiti e funzioni di prevenzione e segnalazione degli errori (Incident Reporting o eventi sentinella), di valutazione reattiva e proattiva degli stessi (Audit Clinico,GRC, Rassegna di Mortalità e Morbilità o Mappe di Rischio) e di corretta gestione degli eventi avversi che si manifestano nel corso e a seguito di procedure cliniche, dalla comunicazione alle procedure di valutazione e riconoscimento del danno ingiusto, laddove prevedibile.

Pertanto non ci sono dati FNOMCEO ufficiali ma solo dati che si riferiscono alle richieste di risarcimento relative a 169 aziende sanitarie e ospedaliere che mettono in evidenza una media annuale di circa 13000 richieste con un incremento del 29% nel 2011 ultimo anno considerato rispetto al 2006 anno di partenza della rilevazione. Non ci sono dati attendibili relativi ai professionisti privati l’elenco potrebbe essere lunghissimo.

Si calcola che in Lombardia ci sia una denuncia ogni cinque giorni, quasi in media nazionale, e negli ultimi sei anni almeno dieci mila pazienti hanno chiesto un risarcimento danni per errori medici. Sono stati portati alla sbarra medici accusati di avere eseguito male un’operazione (per il 24% dei casi), sospettati di aver sbagliato una diagnosi (19%), o per aver prescritto cure inadeguate (8%). In un caso su dieci la liquidazione è stata chiesta dai familiari perché il paziente era morto.

I reparti più a rischio sono ortopedia (con il 16% di richieste di risarcimento danni), il pronto soccorso (14 per cento), la chirurgia generale (9,6%) e ostetricia (8,6%). Otto chirurghi su dieci oggi trascorrono metà della loro vita sotto processo eppure nella quasi totalità dei casi la causa finisce con l’assoluzione.

Qual è il ruolo che i media hanno giocato? Forse ci vorrebbe più equilibrio e meno sensazionalismo?

Un’indagine condotta dal Censis vede ai primi posti quale causa di responsabilità: l’errore umano 48% poi la struttura sanitaria 33% e a seguire i ritardi nei soccorsi 6%. Negli USA dove gli errori sono sistematicamente raccolti e analizzati a scopo preventivo, questi costituiscono l’ottava causa di morte con costi umani, sociali ed economici altissimi (29 miliardi di dollari l’anno). Tra i medici c’è un profondo malessere che nasce dalla situazione che porta a fare tutto ciò che è scientificamente corretto, rispettare l’autonomia del paziente e nello stesso tempo ricercare l’alleanza terapeutica, combattere gli sprechi e rendere sempre più appropriata la prestazione e non per ultimo essere in grado di giustificare il proprio operato.

Il conflitto viene spesso artatamente esasperato dai media che inducono modelli di comportamenti e di conseguenza falsi, bisogni e fanno percepire all’opinione pubblica la prestazione medica, come se il rapporto con il medico fosse un contratto a risultato obbligato, cioè la guarigione. Quest’atteggiamento rischia di spingere sempre più i camici bianchi all’esercizio di una medicina difensiva che li mette al riparo da contenziosi legali, ma nello stesso tempo difficilmente li pone nelle condizioni di tentare di fare il meglio per il malato.
L’opinione pubblica ritiene responsabile il medico e la professione in generale anche delle norme organizzative e così il Medico assurge a responsabile unico delle disfunzioni presenti nel SSN .

FNOMCEO svolge attività di sensibilizzazione se si quali?

Senza nulla voler sottrarre agli ambiti di responsabilità individuale, laddove presenti, l’errore in sanità modifica sostanzialmente la propria natura configurandosi prevalentemente come fallimento dell’organizzazione del sistema. Pertanto le azioni rivolte alla sicurezza delle cure devono innanzitutto far emergere e correggere i cosiddetti errori latenti, quelli cioè che appartengono all’area organizzativo-gestionale dei processi clinico assistenziali. In questa prospettiva il “fattore umano” rappresenta di solito l’ultimo anello di una catena di difetti del sistema; in altre parole è il mero effettore dell’evento indesiderato.

Se assumiamo questa visione dell’errore, forse rappresentiamo in modo più realistico il fenomeno del rischio clinico e soprattutto siamo in grado promuovere nell’ambito delle potestà del nostro Ente efficaci politiche della sicurezza e quindi della qualità, laddove l’attenzione è molto indirizzata, oltre che sugli operatori, sulle organizzazioni dei servizi. E in questa prospettiva la Fnomceo si èadoperata perché possa prevalere una cultura diversa, “positiva” dell’errore, affermando con chiarezza, all’art. 14 del nuovo Codice di Deontologia Medica, che al medico compete “la rilevazione, segnalazione e valutazione degli errori al fine del miglioramento della qualità delle cure”.

Quali sono le misure e i controlli che tutelano i pazienti?

Un’efficace ed efficiente azione di prevenzione e gestione del rischio non può prescindere da una conoscenza dei determinanti del fenomeno. In letteratura sono note le caratteristiche epidemiologiche, la tassonomia, gli strumenti di indagine, le procedure di misura e valutazione, infine alcune terapie efficaci.
Pensiamo che queste conoscenze che definiscono un nuovo sottosistema cognitivo debbano entrare a pieno titolo nel core curriculum formativo dei futuri medici (e di tutti i futuri professionisti della salute e del management sanitario) per cui riteniamo indispensabile:

– introdurre nei Corsi di Laurea in Medicina e Odontoiatria, il tema del rischio clinico e della sicurezza delle cure, compresi gli aspetti legati alla deontologia e alla comunicazione con i pazienti (e i parenti)

– affrontare, nei corsi di specializzazione post laurea e di formazione in medicina generale, le tematiche della sicurezza peculiari delle attività specialistiche in causa con particolare riguardo alle tecnologie sanitarie e ai farmaci.

Abbiamo previsto nel corso di questi ultimi anni corsi Fad nell’ambito dei programmi di educazione continua permanente con un congruo numero di Crediti Formativi in materia di sicurezza delle cure e abbiamo promosso una politica professionale in grado di facilitare la diffusione delle buone pratiche cliniche e la valutazione delle attività sanitarie misurate con indicatori di processo e di esito.
Per ultimo a fronte di una normativa legislativa sulla responsabilità professionale, di cui giacciono in parlamento diverse proposte di legge, ci offriamo come promotori e garanti della qualità professionale prevista dalla Deontologia. Gli Ordini professionali, nell’esercizio moderno delle loro funzioni di garanzia, potrebbero a pieno titolo valutare e sanzionare le basse performances dei professionisti anche attivando misure compensative e di recupero (ad esempio obbligo di documentare aggiornamenti specifici o svolgere attività con tutoraggio di esperti).

Quando è accertata una colpa, quali sono i provvedimenti che sono presi contro il medico e a tutela dei pazienti? Avete dei dati disponibili?

Il nostro sistema giuridico in ambito civilistico prevede che il danno da trattamento sanitario sia risarcibile solo se derivante da una colpa (individuale o di struttura), il che comporta un’oggettiva esasperazione dei procedimenti giudiziari nell’individuazione dei nessi di causalità, dei profili di danno e di colpa arrivando al punto di “presumerla” salvo diversa dimostrazione in capo all’incolpato (inversione dell’onere della prova).

Nei casi di provata negligenza imprudenza e imperizia intervengono le commissioni disciplinari dell’Ordine valutando il caso e i contesti e assumendo decisioni anche sanzionatorie (quelle previste dalla legge sono l’avvertimento , la censura e la sospensione dalla professione per un periodo da uno a sei mesi ) . Stiamo ora raccogliendo i dati che si riferiscono ai procedimenti già conclusi, ma sono parziali e non significativi.

Ogni volta che succede un episodio particolare (in particolare quando ci sono minori) scatta la caccia al medico, come si fa a lavorare tranquilli?

È certo che il medico in questi ultimi anni esercita la sua professione in continua sofferenza. L’errore viola il precetto ippocratico del neminem laedere, per il quale non bisogna arrecare a chi già soffre un altro nocumento. Non a caso tale precetto a garanzia del malato è diventato il primo principio bioetico della moderna medicina. La qualità, a sua volta, congiunge il management sanitario alla bioetica nella misura in cui prescrive al primo posto la sicurezza del paziente come obiettivo di civiltà.
L’errore in medicina è quindi un danno al paziente e una diminuzione apportata alla deontologia, alla bioetica, alla qualità e alla sicurezza. L’errore pertanto, perché danno, va risarcito e non è pensabile che si possa ritornare ai tempi in cui il medico, equiparato al buon padre di famiglia, di fronte all’errore era tutelato da uno statuto di garanzia che veniva meno solo in casi particolarissimi.

Assodati i principi di civiltà e di diritto che sostengono il moderno esercizio professionale, non possiamo far rilevare che tutto quello che succede nella società che declina la medicina, non fa che aggravare la trasformazione della nostra disciplina che si sta progressivamente smoralizzando e diluendo in una tecnica impersonale. Il medico ha perso da qualche tempo quei requisiti anticamente sacerdotali ma anche più vicino a noi, quelli di una professione liberale che propriamente o impropriamente ancora si conservavano fino a pochi anni fa almeno nel ricordo comune e che ora sono elevati a mito. Non a caso, allora, la deontologia era il galateo dei medici. Non a caso, allora, il compenso del dottore non era il salario ma un onorario che si esponeva secondo l’interlocutore. Questi, ad ogni modo, sono solo cambiamenti marginali in una sanità che è cambiata entro il cambiamento della società.

La sanità è diventata la risposta doverosa a un “diritto” di salute e sempre più spesso è socialmente concepita in maniera strumentale. La guarigione, a sua volta, è cambiata anch’essa: non è più un evento naturalistico che segue leggi proprie e può sfuggire alle regole dell’arte anche ben applicate ma, proprio come la riparazione, si è trasformata in un prodotto tecnico, in un atto dovuto, nel frutto di una obbligazione del professionista entro un “contratto” in cui l’esito è predefinito in modo standardizzato e replicabile e dove il fallimento si connota e lo si interpreta solo ed esclusivamente in una direzione: come errore.

Sembra quasi che le persone non accettino più la morte come fenomeno naturale, come naturale conseguenza di malattie, è cambiato il sentire comune? Perche non si riesce ad accettare che anche i medici possano sbagliare?

Oggi siamo di fronte a profondi processi di cambiamento culturale che si presentano come una sfida fino a raggiungere una vera e propria soglia di provocazione perché mettono a repentaglio la stessa visione classica della Medicina. Il primo di questi processi di cambiamento ha un vero e proprio carattere rivoluzionario e s’identifica con la pretesa di chiedere alla medicina di modificare il proprio statuto, passando dallo status di una medicina che cura a quello di una medicina che gestisce anche il rifiuto delle cure.

Il paziente esercita il suo diritto di autodeterminazione. Si tratta di una vera e propria rivoluzione. Il secondo processo si caratterizza per un ostinato rifiuto della malattia, che si fa strada nella opinione pubblica attraverso la pretesa del diritto a nascere sani, o -in alternativa- a non nascere affatto e nell’affermazione del diritto a morire quando si ritiene che lo malattia condizioni a tal punto lo qualità di vita, da non rendere più desiderabile il vivere. Il terzo processo è il mito del benessere ed esperienza del malessere che è un vero e proprio paradosso nella nostra società, perché più si cerca di star bene più si percepisce la fragilità della propria condizione. Manca una profonda autoeducazione a scoprire, ad apprezzare e a prendersi cura della propria condizione reale, valorizzandone di volta in volta la ricchezza di contenuti e di significati, senza spingerla un orizzonte di desideri tanto remoti quanto irrealizzabili. Questi processi di cambiamento smascherano una serie di contraddizioni proprie della nostra cultura che a parole ostenta tolleranza e accoglienza nei confronti della diversità, ma poi nei fatti s’impegna a rimuoverle completamente.

C’è un’eugenetica culturale che da un lato vorrebbe tutti sani e felici, ma dall’altro pensa a togliere la patente di vivere a quanti potenzialmente non sarebbero né sani né felici. E la riflessione sulla medicina dei desideri accentua l’approccio utopistico con cui l’uomo di oggi guarda alla scienza e alla tecnica. Da un lato immagina una vera e propria onnipotenza tecnologica, che induce a rifiutare la morte come se fosse un vero e proprio fallimento, ma nello stesso tempo denuncia la pervasività tecnologica, quando la percepisce come ostile perché estranea alla vita che si vorrebbe. È una rivoluzione, che negando, di fatto, la malattia, fa del medico una sorta di sentinella che veglia non per curare la malattia ma per evitare che nascono malati.

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